Mark Spitz: caduta e ascesa dell’alieno del nuoto

Mark Spitz: caduta e ascesa dell’alieno del nuoto
Questa storia inizia con: “nuotare non è tutto, vincere lo è” e finisce con: “che cosa potrei fare di più? Mi sento come un fabbricante di automobili che ha costruito una macchina perfetta”. Beh…niente da dire, cioè…non fa una piega direte voi. E invece no, di ostacoli e tortuosità in questo racconto ce ne sono parecchi, ma procediamo con ordine.
A forza di andare avanti e indietro per il ventesimo secolo in cerca di grandi imprese da narrarvi, ci siamo imbattuti in un personaggio piuttosto atipico ma assolutamente in linea con il nostro ideale di ambizione in campo professionale. Signore e signori, ecco a voi: Mark Spitz!
“Nuotare non è tutto, vincere lo è”, queste le parole con cui Arnold Spitz, padre di Mark, sprona il figlio affinché diventi il più grande nuotatore di tutti i tempi. Mark non solo ci riesce, ma lo fa vincendo sette medaglie su sette ai Giochi Olimpici di Monaco del 1972 e polverizzando tutti i record mondiali nelle discipline a cui partecipa, sia da solo che in staffetta.
Il bello è che soltanto quattro anni prima, durante le Olimpiadi di Città del Messico le cose non andarono esattamente come avrebbe voluto. In quell’occasione lo spavaldo diciottenne cresciuto a pane e nuoto aveva dichiarato che avrebbe vinto 6 medaglie d’oro, spazzando via il record dei 4 ori ottenuti da Don Schollander (suo storico rivale e connazionale) ai giochi di Tokyo nel 1964. Purtroppo riuscì ad ottenere soltanto un argento e un bronzo (a parte i due ori nella staffetta) e, come se non bastasse, nell’ultima finale individuale, i 200 delfino (paradossalmente lo stile a lui più congeniale), si piazza all’ultimo posto con un distacco considerevole e in condizioni psicologiche ormai avvilenti.
Quello che ci piace particolarmente di questo ragazzone americano non è però la sua spocchia, né i suoi baffi, ma la capacità di far convivere un egocentrismo smisurato con una capacità di reagire alle delusioni e un’autodisciplina che ha pochi eguali nella storia dello sport.
I quattro anni che separano il momento più disastroso della sua carriera da quello più glorioso sono cruciali: per prepararsi alle Olimpiadi di Monaco ’72 Mark si fa aiutare da James “Doc” Counsilman, il tecnico più famoso di quegli anni, che lo rimette in sesto fisicamente ma soprattutto contribuisce a trasformarlo in una persona un po’ più matura e consapevole.
Dopo molte gare sottotono e un faticoso recupero della forma atletica necessaria per affrontare le Olimpiadi, Mark si presenta ai Giochi ancora contro tutto e tutti (le leggerezze di Città del Messico non lo avevano messo in buonissima luce agli occhi di compagni, avversari e addetti ai lavori), con la differenza che questa volta trova il giusto equilibrio interiore per dimostrare al mondo cosa significhi essere un grande campione.
 Alla luce di quello che vi abbiamo raccontato si può facilmente dedurre quanto sia poco importante (e spesso nocivo) sbandierare il proprio talento con uscite linguacciute e boriose ma è invece preferibile dimostrarlo con i fatti, mettendo a fuoco gli obiettivi e arrivando esattamente dove ci eravamo imposti di arrivare, e anche oltre.
Visto che dopo l’Olimpiade di Monaco Spitz aveva raggiunto e superato ogni limite umanamente possibile (alcuni iniziarono a pensare seriamente che provenisse da un altro pianeta), decise di congedarsi dal mondo dello sport giustificando la sua scelta con queste parole: “che cosa potrei fare di più? Mi sento come un fabbricante di automobili che ha costruito una macchina perfetta”.
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